Sarajevo Safari: Quando l’Omicidio Diventa Turismo di Lusso

Sarajevo Safari Civili camminano tra le macerie di edifici distrutti a Sarajevo durante l'assedio.

Al centro del dibattito odierno c’è il libro-inchiesta “I cecchini del weekend” di Ezio Gavazzeni, presentato recentemente a Milano, che documenta una realtà che pare uscita da un romanzo distopico: il “Sarajevo Safari”.Trent’anni di silenzio sono stati necessari affinché il “muro di omertà” intorno a uno dei capitoli più oscuri della guerra in Bosnia iniziasse a sgretolarsi.

Tra il 1992 e il 1996, mentre la capitale bosniaca subiva l’assedio più lungo della storia moderna, un gruppo di civili occidentali pagava ingenti somme di denaro per un’esperienza estrema: affiancare i cecchini serbo-bosniaci sulle colline e sparare su cittadini inermi.

Un Mercato Nero del Dolore “Sarajevo Safari”

L’inchiesta di Gavazzeni, supportata dal documentario del regista sloveno Miran Zupanič, delinea un fenomeno che avrebbe coinvolto circa 500 persone, di cui quasi la metà (230) di nazionalità italiana. Non si trattava di mercenari o fanatici ideologici, ma di quella che viene definita “l’élite annoiata”: imprenditori, professionisti e figure che, secondo l’autore, frequentano ancora oggi i salotti televisivi.

Il dettaglio più agghiacciante riguarda il tariffario dei bersagli. I prezzi non venivano stabiliti in base alla difficoltà tecnica del tiro, ma in base al valore simbolico e al dolore generato:

  • Bambini: La preda più ambita. Il costo si aggirava intorno ai 100 milioni di lire.
  • Giovani donne: Equiparate nel prezzo ai bambini.
  • Uomini e Anziani: Quotati tra i 20 e i 50 milioni di lire.

La Meccanica del Crimine “Sarajevo Safari”

I “turisti della morte” raggiungevano Belgrado, venivano scortati a Pale e infine posizionati nelle zone controllate dall’esercito serbo-bosniaco (BSA), come il quartiere di Grbavica.

Testimonianze chiave, come quella del pompiere americano John Jordan resa al Tribunale dell’Aja nel 2007, confermano la presenza di individui “fuori contesto”. Jordan descrisse uomini che non vestivano uniformi regolari e imbracciavano fucili da caccia di altissima precisione, più adatti alla “Foresta Nera” che a un conflitto urbano, guidati per mano dai militari locali verso le postazioni di tiro.

“Se cammina come un’anatra e parla come un’anatra, è un’anatra”, dichiarò Jordan per definire l’evidenza di quei “turisti tiratori”.

Le Responsabilità Istituzionali

L’aspetto più inquietante sollevato da Gavazzeni riguarda il ruolo dei servizi segreti. Secondo l’intelligence bosniaca, il Sismi (il servizio segreto militare italiano dell’epoca) fu informato della presenza di “cacciatori” italiani già nel 1993. La risposta ufficiale arrivò mesi dopo, assicurando che i soggetti erano stati intercettati e il traffico interrotto. Un’affermazione che l’inchiesta smentisce categoricamente: il “safari” sarebbe continuato indisturbato fino alla fine del conflitto.

Verso una Verità Giudiziaria

Oggi, grazie al lavoro di Gavazzeni e alla consulenza legale dell’ex magistrato Guido Salvini, l’esposto è giunto alla Procura di Milano. Il pm Alessandro Gobbis coordina un’indagine affidata ai Ros per omicidio plurimo aggravato da motivi abietti e crudeltà.

L’obiettivo è diradare le nubi su trent’anni di insabbiamenti e capire perché, nonostante denunce e segnalazioni dell’epoca, gli apparati dello Stato non abbiano fermato questi viaggi dell’orrore. Resta il ritratto di un’umanità capace di trasformare il genocidio in un bene di consumo per weekend alternativi, dove l’unico trofeo era la distruzione di una famiglia attraverso la morte del suo membro più fragile.

Un abisso senza redenzione

“In questa tragica vicenda, ciò che lascia più sgomenti non è solo la ferocia del crimine, ma l’assenza totale di una contrapposizione morale: purtroppo, in questa brutta storia, mancano del tutto eroi e supereroi. Non ci sono stati salvatori improvvisi, solo un silenzio complice durato tre decenni e interrotto soltanto oggi dal coraggio di pochi ricercatori. Accettare “Sarajevo Safari” significa guardare dentro un abisso dove la dignità dell’uomo è stata venduta al miglior offerente, lasciando dietro di sé solo macerie e domande che attendono ancora, dopo trent’anni, una risposta giudiziaria definitiva.”

Se vuoi leggere l’articolo Oltre il Mantello: Perché i Supereroi siamo Noi (e non lo sappiamo)

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Nicola Antignano

Autore indipendente Nicola Antignano cura Attualità & Reportage, progetto editoriale nato a Napoli dedicato a reportage sul campo, inchieste e attualità su Napoli e Campania.

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