di Redazione
Quello che è accaduto questa settimana tra le mura dell’Istituto comprensivo di via Damiano Chiesa a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, non è solo un fatto di cronaca nera, abbiamo il dovere di riflettere sul profondo legame tra disagio giovanile e società moderna. È un urlo muto che squarcia il velo di ipocrisia con cui guardiamo al mondo dei giovanissimi. Un ragazzo di soli 13 anni che entra a scuola con un coltello, una pistola scacciacani, materiale esplosivo a casa e, soprattutto, un telefono appeso al collo per trasmettere l’orrore in diretta streaming, ci pone davanti a una verità che dobbiamo accettare senza se e senza ma: la nostra società ha fallito il suo compito primario.
La cronaca di un abisso
Poco prima delle 8 del mattino, la quotidianità scolastica di Chiara Mocchi, insegnante di francese di 57 anni, è stata spezzata da almeno due fendenti al collo e al torace. La salvezza della docente è arrivata dal cielo, grazie a un elicottero di Areu che ha permesso una trasfusione di sangue in volo, una procedura d’emergenza che ha impedito il peggio.
Ma se il corpo dell’insegnante è in via di guarigione, la ferita sociale resta aperta e profonda. L’aggressore, un bambino che la legge considera non imputabile perché sotto i 14 anni, indossava una maglietta con la scritta “vendetta”. Aveva pianificato tutto, scrivendo un “manifesto” delirante in cui accusava il sistema scolastico di umiliarlo e di non comprendere il suo disagio, legato a una diagnosi di ADHD che viveva come una catena anziché come una chiave di lettura per ricevere aiuto.
I giovani come specchio dei “grandi” disagio giovanile e società
Spesso ci chiediamo da dove provenga tanta violenza in un tredicenne. La risposta, per quanto dolorosa, è nel riflesso che noi adulti proiettiamo su di loro. I contenuti che i giovani oggi rispecchiano non sono altro che l’esasperazione dei valori che la società dei “grandi” promuove quotidianamente:
- La spettacolarizzazione del dolore: Se tutto deve essere postato, se un’aggressione diventa un contenuto da trasmettere live su Instagram o Telegram, è perché abbiamo insegnato loro che l’esistenza dipende dalla visibilità, dal “like”, dal numero di visualizzazioni, costi quel che costi.
- La cultura della vendetta: In un mondo adulto dove il dialogo è sostituito dallo scontro e la mediazione dalla sopraffazione, un adolescente fragile interpreta il proprio malessere non come una richiesta di aiuto, ma come un torto da vendicare con la forza.
- L’isolamento digitale: I social network, nati per connettere, sono diventati il luogo dove il disagio fermenta in solitudine, lontano dagli occhi di genitori e insegnanti, alimentato da algoritmi che premiano l’eccesso.
Una diagnosi che diventa arma
Il ragazzo nel suo scritto parla della diagnosi di ADHD come della “goccia che ha fatto traboccare il vaso”. È il paradosso di una società che sa “etichettare” ma non sempre sa “accogliere”. Quando un disturbo dell’attenzione diventa un motivo di scontro anziché un punto di partenza per una didattica inclusiva, il giovane si sente un errore del sistema. E un “errore” che si sente braccato, a volte, decide di distruggere il sistema che lo ha prodotto è questa e la vera correlazione tra disagio giovanile e società.
Conclusioni: Due vittime e una colpevole
In questa tragica vicenda di Trescore Balneario, senza se e senza ma, dobbiamo avere il coraggio di vedere due vittime.
La prima è l’insegnante, colpita mentre svolgeva la sua missione educativa, simbolo di una categoria sempre più esposta e meno tutelata, che paga sulla propria pelle le tensioni di un’intera generazione. La seconda è l’alunno aggressore, un tredicenne che a un’età in cui si dovrebbe sognare il futuro, ha già accumulato abbastanza odio da voler uccidere e uccidersi socialmente. Un bambino che ha cercato nel materiale esplosivo e nei coltelli una risposta a un vuoto che nessuno ha saputo colmare.
Tra disagio giovanile e società la vera colpevole, però, resta la nostra società. Una società che corre troppo veloce per fermarsi ad ascoltare il silenzio di un corridoio scolastico, che delega l’educazione ai dispositivi digitali e che si accorge dei propri figli solo quando il sangue scorre sul pavimento di una scuola. È la nostra società che non va, ed è da qui che dobbiamo ricominciare a ricostruire, prima che lo specchio vada definitivamente in frantumi.
“…I ragazzi non fanno altro che riprodurre, in modo distorto, i modelli che noi stessi gli forniamo. In fondo, se gli occhi sono lo specchio dell’anima, questi atti di violenza sono lo specchio deformante di una società che non sa più ascoltare, una società che preferisce etichettare invece di accogliere.”
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